Countdown elettorale anche per l’Iran.
Venerdì 14 marzo gli elettori saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento.
In Iran soffia forte il vento del cambiamento.
Sia i conservatori che, a maggior ragione, i riformisti vorrebbero concludere al più presto l’esperienza Ahmadinejad. L’attuale presidente, oltre ad essere diventato la Canaglia per eccellenza agli occhi dell’Occidente, pare abbia clamorosamente mancato anche gli ambiziosi obiettivi interni di politica economica. Le elezioni di venerdì saranno un test importante non tanto per la composizione del nuovo parlamento, quanto piuttosto per il giudizio sull’attuale presidente e sulla tenuta della coalizione che lo supporta.
Tuttavia l’opposizione moderata lamenta che i mullah, coadiuvati dal ministero dell’interno, stiano eliminando molte candidature per impedire la sconfitta di Ahmadinejad. Su circa 7500 richieste ne sono state autorizzate solo 4500. Abdollah Nasseri, portavoce di una coalizione riformista formata da trenta gruppi politici, ha affermato che “si potrà competere soltanto per 90 dei 290 seggi del Parlamento controllato dai conservatori”. Anche figure di primo piano dello schieramento meno radicale hanno lamentato l’elevato numero di esclusioni.
Lo ayatollah Khamenei, vero leader spirituale dell’Iran, capace di fare il bello ed il cattivo tempo (addirittura più del papa in Italia e Spagna) ha tuttavia assunto da mesi una posizione super-partes, senza sostenere alcun gruppo, per poter interpretare nel modo migliore possibile la volontà popolare.
Il sistema elettorale iraniano è piuttosto complicato: c’è libertà di creare partiti però non si può proporre una riforma costituzionale. Ovvero: le varie formazioni politiche non possono avere come scopo l’abolizione della repubblica islamica. Si contano circa 200 sigle, ma solo una ventina di esse aspirano a far eleggere propri membri al parlamento, le rimanenti sono semplici associazioni volte a portare avanti determinate istanze al di fuori dall’arena istituzionale. Questi venti partiti si raggruppano intorno a due maxi correnti: quella riformista e quella conservatrice, all’interno delle quali si formano coalizioni guidate da vari leader per accumulare più voti possibili (la logica dell’Unione di Prodi e del PDL insomma).
I riformisti si sono alleati coi pragmatici dell’ex presidente Rafsanjani: secondo gli analisti si tratta di un’alleanza fra progressisti e moderati con il chiaro intento di dare stabilità alla politica iraniana.
I conservatori siglarono nel 2003 un grande accordo in chiave anti riformista, trionfando anche nel 2005. Successi costruiti grazie all’appoggio istituzionale e alla delegittimazione delle candidature riformiste. Tuttavia l’ultimo mandato del contestato Mahmood Ahmadinejad (fondamentalismo, populismo, isolazionismo) ha spaccato la coalizione conservatrice, portando su posizioni diverse i due maggiori partiti che la componevano.
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